News
Maratonina di Agrigento: emozioni tutte da scrivere

Si presenta come una persona dalla personalità poliedrica e con la mente in continuo movimento. E’ Salvatore Paci un programmatore siciliano con la passione della scrittura e del podismo. Vive a Caltanissetta, dove ha ambientato i primi romanzi che lo hanno reso uno scrittore famoso in tutta Italia.
La sua prima creatura ” Biglietto di andata e ritorno”, primo dei tre thriller (gli altri sono “2012” e “Il codice Moncada”) dedicati alla “sua” Caltanissetta e al simpatico personaggio di Antonio La Mattina.
Conclusa la trilogia, si è dedicato a romanzi ambientati all’estero come il thriller psicologico “La collezionista”, ambientato a Londra e “Legami”, un romanzo d’amore con risvolti gialleschi la cui storia culmina nella magica Barcellona.
Di prossima realizzazione “Il Castello della follia”, un thriller ambientato nella misteriosa Scozia; “Io dormo da sola”, un romanzo d’atmosfera scritto a quattro mani con Emanuela Baldo e “Le origini”, un mystery ambientato in una caratteristica cittadina siciliana negli anni ’60.
Ma Salvatore non fa correre solo la sua penna, ma ” corre ” anche lui con la società nissena Track Club Master. La sua ultima fatica (stavolta non letteraria) è stata la Maratonina di Agrigento” la cui bellezza e il suo fascino lo hanno portato a scrivere questo piacevolissimo componimento, le emozioni vissute in…
…Una corsa d’altri Templi
Può uno scrittore trasformare una mezza maratona in un thriller a lieto fine? Be’, è quello che mi è capitato in occasione della Maratonina della Concordia, il 3 marzo scorso. Era la mia prima mezza maratona, nella mia provincia natia e con soli 1.500 chilometri nelle gambe. I giorni antecedenti li avevo vissuti con ansia, guardando le condizioni meteo previste, puntando l’attenzione su un polpaccio leggermente dolorante e su un ginocchio un po’ indolenzito dopo un allenamento pesante. Avevo stressato gli amici più esperti con mille domande relative al passo da tenere, agli errori da evitare, chiedendo loro consigli utili. Sono partito dalla mia barocca Caltanissetta alla volta di San Leone con la borsa assimilabile a un armadio. Temendo un improvviso cambiamento di tempo, avevo portato di tutto: dalla semplice canottiera e pantaloncini al giubbotto antivento con annessi guanti, cappello in pile e scaldacollo. Mi mancava soltanto una canoa in caso di alluvione per completare l’equipaggiamento.
Giunto in una calda e assolata San Leone, ho trascorso i primi minuti incontrando tanti amici fino al giorno prima soltanto virtuali. Il tempo di togliermi la tuta, di indossare il pettorale, di incolonnarmi tra i 900 partecipanti e bang, si parte! In perfetto orario.
Essendo partito dalle retrovie, il primo chilometro lo corro circondato da altri atleti, stando attento a non sgambettare nessuno e a non essere sgambettato. Attorno a me si respira aria di festa: sorrisi, battute, incitamenti vari. A poche centinaia di metri dalla prima boa, finalmente, il gruppo si assottiglia e appare maestoso il mare. Una leggerissima brezza porta con sé l’odore salmastro di quella immensa massa semovente donandomi un senso di freschezza. Davanti a me noto un certo movimento. Pochi metri dopo capisco: una postazione di rinfresco. Prendo al volo un bicchiere d’acqua, mi bagno il viso e le braccia e mi accingo a superare la boa. Mi sento bene, il sole mi riscalda, il mare a ondate lancia il suo incoraggiamento e io vado, un po’ più veloce di prima. Giunto al transito, giro a destra per il primo falsopiano che ci porterà verso la Valle dei Templi. Lì, trovo un’altra postazione di rinfresco: offrono delle spugnette bagnate. Ne prendo una e godo della sua freschezza per qualche minuto. Sono al chilometro 9 e comincia la salita. Accanto a me qualcuno dice “stiamo entrando nella storia”. È a questo punto che alzo lo sguardo e rimango letteralmente incantato: i Templi. Il sole si adagia sulle colonne ravvivandone il giallo e la collina si incarica di sostenere quelle pietre storiche come un trofeo, come un monito per tutti gli esseri viventi. Quello che prima era un plotone, adesso si è trasformato in una colonna di formiche che, dedite al loro lavoro, si appresta ad affrontare la salita verso gli dei.
Alla mia sinistra passano Soffietto e Catania, i guerrieri prescelti dagli dei, pronti ad affrontare i loro ultimi sette chilometri, mentre a me ne mancano ancora dodici. L’ingresso nella Sacra Via è qualcosa che colpisce il cuore più della salita che sta martoriando le mie gambe. Che splendore! Sto calpestando un suolo storico. Il teatro di tanti sacrifici e preghiere. Un luogo nel quale si affollano migliaia di turisti, ogni giorno di ogni settimana di ogni anno. Quando arrivo in cima sorrido. Sono felice. Nella mia imperfezione mi sento mitico in una collina mitica. Non mi abbandono a una discesa veloce, ma me la godo. Mi riempio gli occhi di giallo e di verde e non c’è più nessuno accanto a me: sono solo con la storia.
Il fascino della Sacra Via lascia il posto all’asfalto che, in una lunga discesa, mi porterà al lungomare di San Leone. Gli ultimi sette chilometri diventano settanta, per le mie gambe. Anelo a un arrivo che forse stanno spostando sempre più in là. Arriverò? Le grida di incitamento dei miei compagni di squadra che incrocio alla boa mi sostengono: “stai facendo un ottimo tempo. Non mollare proprio adesso!” E così, stringo i denti e completo la mia gara in progressione: 1h 46’ 09” nella mia prima maratonina. Sono felice. I mie amici si complimentano con me. Arrivo quasi 400° ma mi sento un campione: ho vinto contro me stesso.
Ma la gara non finisce qui. L’organizzazione ha pensato a tutto: un primo piatto di pasta, dei gelati confezionati, un pacco gara completo e, dulcis in fundo, una favolosa medaglia in ceramica di ben dodici centimetri di diametro. La premiazione, stupenda, ha altri protagonisti. Ma io, nel mio thriller, sono giunto al finale. Ed è stupendo.
Salvatore Paci (scrittore e runner)





