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Le “imprese” delle donne alla Etna Trail

Pubblichiamo un nuovo racconto di Paola Sposito... Un "viaggio" tra emozioni e sensazioni attraverso lo splendido scenario dell'Etna Trail

Sabato sera ho preparato con cura i vestiti per l’occasione dell’indomani: uno short nuovo conservato per le gare e la maglia della squadra ovviamente, orecchini luccicanti e lucidalabbra! Ero tranquilla perché sapevo che con la 12 km non avrei patito fisicamente come per la 24 km degli anni scorsi, ero contenta perché mi sarei divertita ma ero anche emozionata. La “Etna Trail” è una gara che lascia il segno a chiunque la viva anche per una volta sola e anche di riflesso.  

 La mia gara è andata bene anzi benissimo. Il percorso della 12 km è abbastanza facile per chi ha esperienza di corsa in fuoristrada e frequenta abitualmente i terreni dell’Etna. Salvo poi ritrovarsi al nono chilometro a due passi da Piano Provenzana e dover risalire di quota per un percorso che è misto di sabbia vulcanica e pietroni. Quella salita ti stronca, ti toglie il fiato e ti fa dubitare delle tue capacità fisiche. Per fortuna non dura tanto e dopo una discesa sotto i piloni della funivia ti ritrovi al traguardo felice e soddisfatta in un’ora e quarantacinque minuti. Bellissimo, favoloso! Così speravo che andasse e così è andata. Ero contenta per avere finito presto e non avere sofferto lungo il tratto che dal Rifugio Citelli sale per la Valle del Bove. Soffro le alte quote come soffro le curve in macchina. Mi ero detta che avrei riprovato a gareggiare sulla distanza di 24 km solo se avessi potuto allenarmi in quota almeno per un paio di volte e siccome non era stato possibile avevo scelto la 12 km che devia proprio nel punto in cui la salita per me si fa tosta. Ma allora perché la mia soddisfazione non era totale? Perchè c’era qualcosa che mi girava ancora per la testa? Perchè avevo la sensazione di aver dimenticato qualcosa?

Finita la gara ovviamente sono rimasta lì. Ancora c’era tempo per gli arrivi e così ho dato una mano per la realizzazione del ristoro finale. Ho fatto l’aiuto cuoca a fianco dello chef  Nino che da specialista della ristorazione si occupa della progettazione e realizzazione di tutti i ristori lungo il percorso nonché del ristoro finale, il più ricco, che gli atleti trovano a fine gara. Il menu era vario e succulento: pasta calda e fredda, insalate di riso multicolori, frutta secca, carboidrati varii e poi frutta fresca a iosa di tanti tipi. Anche un’insalata di tonno e cipolle dell’ultima ora che Nino si è inventato sul momento ricevendo in cambio la gratitudine e la ammirazione degli atleti che tornavano ai piatti anche solo per farci i complimenti. Anche a me, si. Ma io che c’entravo? Il merito va tutto agli organizzatori della Etna Trail ognuno con un suo compito specifico, già consolidato negli anni che porta  a termine con sacrificio rubando per mesi spazio alla famiglia. Non dimentichiamo che Domenica è stata la giornata conclusiva di tre giorni di gare iniziate il Venerdì notte con la distanza di 94 km e continuate il Sabato con la gara di 52 km. Mogli e bambini tutti a collaborare sotto la tenda del ristorante “Al Vulcano”! (come Nino lo ha battezzato lì seduta stante).  

La  mia concentrazione nel tagliuzzare, mescolare, condire, riempire i piatti e mescere acqua e Coca a volontà è stata interrotta dall’arrivo degli atleti. I primi li ho guardati allungando il collo come potevo dalla mia postazione. Ma il tempo passava, lì non me ne accorgevo e guardando l’orologio ho pensato a chi ancora stava ultimando la sua gara con fatica.  Eh si, perché mentre i primi arrivano baldanzosi la massa è ancora dietro magari a metà percorso e chi si trova nelle retrovie ancora sta combattendo. I tempi sono molto dilatati; la differenza non la fa solo la preparazione dell’atleta e la sua forma fisica ma il caldo, la luce che si alterna al buio, l’aria impregnata di polvere e di resina dei pini, il nero della sabbia, le forti pendenze, la terra su cui affondi e che sembra ti tenga per le caviglie rendendoti il passo sempre più pesante. Tutto mette a dura prova la forza mentale.

All’improvviso ho realizzato che in gara c’erano ancora alcune amiche quasi tutte impegnate nella 24 km. La mattina è stata una festa ritrovarsi abbiamo ballato e riso. Ma ora pensavo ad ognuna di loro con trepidazione. La prima ad arrivare è stata Elvira che da poco tempo ha accantonato le gare su strada per dedicarsi al trail. La sua prima gara sull’Etna, qualche settimana prima, l’aveva fatta per testarsi: 18 km sul lato Sud dell’Etna impegnativi, bellissimi, gioiosi e rigeneranti ma differenti da questi 24. Glielo avevo accennato: “Questa gara è diversa da tutte le altre Elvira, vedrai” Qualche consiglio glielo avevo dato ma sulla sofferenza avevo taciuto, quella è personale e forse la puoi evitare. Al traguardo Elvira è arrivata provata più dai dolori ai piedi per la quantità di sabbia vulcanica con cui ha convissuto negli ultimi chilometri che per la fatica in sè. E’ una guerriera Elvira, forte nel fisico e nella testa. Con l’amore per l’Etna dentro al cuore e l’obiettivo di visitare il Vulcano attivo più alto d’Europa attraverso la corsa che lei ama tanto, Elvira si è preparata bene per mesi, si è allenata a gestire la fatica fisica, ad alimentarsi in gara per non rischiare mai di cedere e nonostante la forte preoccupazione di non riuscire a portare a termine tutti e 24 i chilometri, si è goduta i luoghi, i panorami, i profumi, ogni centimetro di quelle terribili salite, ha gioito ed urlato al cielo la sua gioia di essere lì. La sua espressione tirata all’arrivo si è sciolta in un pianto di gioia tra le braccia del marito che con pazienza ed amore l’aspetta sempre al traguardo. 

    Poi è arrivata Liliana che era partita per la 12 km. L’avevo incontrata alla Supermaratona dell’Etna a Giugno. Era venuta per vedere la gara  e per respirare quell’atmosfera gioiosa che aleggia nelle gare pulite. Non era la Liliana di un tempo, era spenta e consumata dal dolore della perdita della mamma. Mi disse che avrebbe partecipato all’Etna Trail a Luglio mi spiegò perché lo faceva e la capii: anche io avevo iniziato il trail con lo stesso scopo. Lungo il percorso si è ripulita l’anima, si è nettata dalla sofferenza di un anno intero. E’ ovvio che il dolore non si cancella e la perdita non si colma ma sono convinta che un semino per la sua serenità oggi Liliana l’aveva piantato. E’ arrivata all’arrivo felice ed è rimasta in zona traguardo a lungo ad assistere agli arrivi. Poi mi si è avvicinata e piano mi ha detto “ Paola, non riesco ad andare via da qui. Questi arrivi mi emozionano tanto”. 

  L’amica di Irina è arrivata fra le prime donne. Ma Irina non c’è. Per un malinteso avevo capito che aveva avuto difficoltà e si era ritirata. A quasi sei ore dall’inizio della gara apprendo invece che si aspetta il suo arrivo. Irina sta continuando la sua gara in coda al gruppo che viene costantemente monitorato. 

Irina è una ragazza Russa conosciuta lo scorso anno durante questa gara quando insieme ad altri atleti eravamo finiti per errore dentro ad un canalone di sabbia vulcanica che scendeva verso il Rifugio Citelli. Molti decisero di abbandonare la gara raggiungendo il Citelli ma io mai mi sarei ritirata dopo essere arrivata a più di metà della gara e così insieme ad Irina che condivideva la mia idea e grazie a Mario, che come il buon pastore era venuto a riprendersi le sue pecorelle smarrite, riuscimmo a  risalire lungo il canalone portando a termine la gara pur con un’ora di ritardo. Per un anno ho seguito le imprese sportive di Irina, apprezzando le gare e le escursioni fatte in giro per il mondo e quando ci siamo incontrate quella domenica mattina è stata una festa. Si perché Irina nonostante tutto era voluta tornare a Linguaglossa attratta dalla bellezza della “Dea Etna” come lei stessa l’ha definita ed ora si rimetteva in gioco su quel terreno che tanto l’aveva provata l’anno precedente. Quest’anno è allenata e anche se le sue amiche sono avanti lei preferisce godersi la gara apprezzando le bellezze della Natura. Sta correndo spedita quando le capita quello che può capitare  a chi gareggia in fuoristrada; imbattersi in chi la sofferenza della gara la sta subendo e, suo malgrado, si è fatto sopraffare dal dolore fisico e dalla solitudine. Manco a dirlo l’intoppo è sul crinale della Valle del Bove luogo dove la stanchezza per la salita ed il caldo ti presentano il conto. Il posto d’altronde non è così rassicurante specialmente per chi lo vede per la prima volta: quella cavità enorme, nera, profonda, ricettacolo delle colate degli ultimi vent’anni può avere un effetto malefico su una mente non più lucida per le tante ore passate in gara e non è strano sentirsi soli e persi. Irina si prodiga con rimedi anti crampi, massaggi, cibo e con parole calme riesce a ridare fiducia e forza all’atleta che conclude così la sua gara tornando alla civiltà! Tutto questo Irina me lo confida molto timidamente una volta tagliato il traguardo ma solo perché insisto con le mie domande indagatrici. E’ restia a raccontare, la solidarietà è discreta e silenziosa. Sarebbe potuta arrivare entro le cinque ore ma non le importa, è felice per quello che ha donato e per la gratitudine che ha ricevuto in cambio. Senza fronzoli o inutile retorica mi dice che fermarsi ad aiutare chi è in difficoltà è un obbligo, che lei non avrebbe mai potuto guardare e passare oltre. La solidarietà tra esseri umani non ha nazionalità, sesso o colore politico è necessaria e basta. Alla faccia di chi persiste a mettere dentro le nostre belle testoline l’idea che con la disumanità possiamo proteggere noi, le nostre famiglie ed il nostro Bel Paese!

Ora mi sento soddisfatta come se avessi portato a termine quei 24 km perché attraverso le imprese di Elvira, Irina e Liliana ho fatto la gara più appagante della mia vita. Sono sicura che il prossimo anno le mie amiche torneranno per gareggiare sulle stesse distanze o, chissà, magari sceglieranno di fare un percorso più lungo. La “Dea Etna” attira, ha un potere magico e magnetico, il potere della Natura. 

E nel caso in cui volessimo essere solo spettatori ci basterà stare davanti a quella porta di legno imponente e ascoltando e percependo le emozioni degli atleti vivremo l’esperienza più bella di sempre!

 

Dedicato a Laura che a breve inizierà la sua gara più dura e difficile con l’augurio che attraverso la sofferenza che inevitabilmente attraverserà riuscirà a trovare la gioia del traguardo!

Paola Sposito

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