Brevi...di corsa

La Super Maratona dell’Etna nel racconto di Paola Sposito

Riceviamo a pubblichiamo un breve racconto, visto da dietro le quinte, della Super maratona dell'Etna che si è disputata a inizio mese. Emozioni, ricordi e momenti vissuti di una gara che è una favola...

” La mia Super Maratona dell’Etna…

…A più di una settimana dalla sua conclusione mi sono ritrovata a pensare con nostalgia alla gara “Zero-Tremila” o “Supermaratona dell’Etna” svoltasi in Sicilia l’ 8 Giugno scorso e così per fermare i pensieri decido di metterli per iscritto.

 La Zero-Tremila” o “Supermaratona dell’Etna” è una gara podistica su strada della lunghezza totale di 43 km che parte da quota zero sul livello del mare, a Marina di Cottone, e dopo avere attraversato i comuni di Piedimonte Etneo e Linguaglossa nella provincia di Catania, si inerpica in continua e costante salita fino a giungere quasi sulla vetta del vulcano Etna nel suo quadrante Nord. Il traguardo è posto a 2.800 metri di altitudine in località Pizzi Deneri dove si trova un osservatorio vulcanologico utilizzato ancora dalle Guide Vulcanologiche dell’Etna.

Lo scorso anno a Luglio,  alla fine della gara “Etna Trail”, presi la decisione che l’anno successivo non avrei più gareggiato sull’Etna, che mi sarei presa una “pausa di riflessione”:  troppa faticosa quella gara, tanto dura quella terra infuocata, troppo tempo impiegato ad andare su e giù lungo i fianchi del vulcano anche a causa della perdita del sentiero che mi era costato più di un’ora di ritardo. Così tagliato il traguardo guardai il vulcano dritto in faccia e Le dissi: “basta, con te per ora ho chiuso!” Decisi quindi che avrei provato l’esperienza di una gara in modo differente: essere parte attiva nel Backstage. Insomma fare il “volontario”.

 L’ASD Etna Trail di Linguaglossa organizza nel mese di Giugno proprio la gara “0-Tremila”. Nel 2018 questa gara si poteva coprire anche a staffetta con tre tratti di 15 km circa ciascuno e in quell’anno vi avevo partecipato correndo la prima parte dal mare fino al paese di Linguaglossa. Avevo scelto la staffetta, avevo scelto di arrivare in cima con 3 corpi ed un’anima sola. Fu una bella gara con recupero in salita dove riuscii a superare tutti quelli che mi avevano staccata nel primo tratto in pianura. Il passaggio del testimone è la fine della tua fatica fisica ma l’inizio di quella della tua compagna che nel cuore e dentro la testa porterà anche te lassù in cima. Fortuna volle che insieme a Francesca, la seconda staffettista, riuscimmo a salire all’osservatorio per aspettare l’arrivo di Maria con cui tagliammo insieme il traguardo! Fu un’esperienza fantastica, una gioia inspiegabile. Avrei voluto ripeterla quell’esperienza ma  per vari motivi non mi ero preparata quest’anno e decisi così di propormi come volontaria.

La mia mansione: accogliere i partecipanti all’arrivo all’osservatorio. Un segno del destino? Stare proprio nel luogo dove la gara giungeva al suo traguardo? Un sogno! Quando mi è stato proposta l’ho accolta subito con gioia. Ma non avevo idea di cosa mi aspettasse in realtà. Soprattutto non potevo immaginare quanto intense sarebbero state le emozioni che avrei provato. Calpestavo quel suolo celebrando la fatica degli atleti, condividendo la loro gioia nell’aver raggiunto il traguardo ma la fatica ed i dolori, le sofferenze fisiche e i cedimenti della mente in quei 43 km io li conosco bene. Anche se l’anno precedente ne avevo corso solo una parte conosco bene quella gara con tutte le sensazioni che porta con se. Dal mare alla montagna, sull’asfalto che ti morde i polpacci, con il sole che ti bagna anche gli occhi, in un vortice di curve che impennano sempre di più e che raramente spianano, con il fiato che si fa sempre più corto mentre l’aria diventa sempre più sottile, 43 chilometri di sofferenza pura in cui ti ripulisci l’anima e la testa. Gli ultimi 10 km sono i più duri perché l’asfalto lascia il posto alla sabbia vulcanica. Una sabbia sottile tritata dal passaggio continuo dei fuoristrada che portano i turisti su in cima. Il fondo è duro, la salita è dura, il caldo peggiora tutto. Quel serpente che ti porta lassù bisogna percorrerlo camminando, spingendosi sulle ginocchia quando la salita si fa più dura,  fermandosi ai ristori  posti lungo quei 10 km per riprendere fiato. Questo però è anche il tratto più bello: sei solo con te stesso, con i tuoi pensieri, percepisci le tue debolezze, i tuoi limiti umani e la tua infinita nullità di fronte all’immensità ed alla potenza della Natura che ti circonda: la sommità dell’Etna sempre davanti a te.

Fa caldo già dalla mattina presto quando arriviamo all’Osservatorio e ci mettiamo all’opera per sistemare le sacche personali degli atleti, il ristoro finale, le medaglie ed il service.

A quasi 4 ore dall’inizio della gara cominciano ad arrivare i primi partecipanti della “Round Trip” che partiti da Piano Provenzana hanno percorso il tratto sterrato di 10 km e dovranno riscendere per altri 5 km da un canalone di sabbia vulcanica che li riporterà al punto di partenza.

A meno di 5 ore arriva il primo atleta della Zero -Tremila. Ironia della sorte quest’anno a vincere è proprio un figlio di questa Terra di Sicilia anzi è proprio un autoctono, Francesco Mangano, giovanissimo atleta di Linguaglossa poco più che ventenne che fin da bambino ha scoperto ed esplorato le meraviglie di Madre Etna attraverso il gesto atletico della corsa. Le follie climatiche di quest’anno gli hanno permesso di girovagare per il vulcano salendo con gli sci fino a quote alte per tutto l’inverno ed anche durante il mese di Maggio.  

La vincitrice è una minuta ma incredibile ragazza ungherese, Agnes Korodi, che con il suo cappellino con orecchie da coniglietto ha tenuto testa per tutta la gara.

Poi è stato un susseguirsi di arrivi: atleti provenienti da diverse parti d’Italia, atleti russi, bulgari, francesi, svizzeri, americani e poi tanti amici. Sono stati loro ad emozionarmi di più. I loro pianti significavano gioia per la vittoria ottenuta ma anche liberazione dalla fatica, dalla sofferenza fisica e mentale della gara. Le lacrime “del traguardo” lavano via anche le nostre sofferenze quotidiane, le nostre perdite, le nostre continue frustrazioni, i nostri disagi. Ma quanto ci sentiamo grandi quando varchiamo quel traguardo? Il traguardo posto sulla base di cemento dell’Osservatorio Vulcanologico quest’anno era una porta in legno progettata e costruita da un artigiano palermitano. Alta, squadrata, luminosa, imponente verso il cielo, attraversarla è stato come attraversare la porta per il Paradiso dopo aver viaggiato attraverso l’inferno. L’ho sempre considerata una metafora della vita questa gara: la nascita dal mare, il viaggio duro irto di insidie e intoppi, di cadute e di successi e l’arrivo al traguardo sotto lo sguardo severo e materno di una Etna che oggi non ha smesso un attimo di sbuffare!”

Paolo Sposito

 

 

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