La mia 6 Ore di Capo d’Orlando…di Pierluca Prestigiacomo


C’è l’emozione di chi ha vissuto la gara, c’è la paura di non portarla a termine, la certezza di accettare la sfida, sempre e comunque, c’è la voglia di guardare sempre avanti, nello sport come nella vita…è il racconto di Pierluca Prestigiacomo che sabato scorso ha “affrontato” e “vinto” la sua 6 Ore…Capo d’Orlando ancora una volta epicentro di bellezza, efficienza e aggregazione…c’è tutto questo nel racconto dell’atleta vice presdiente della Palermo Running, amico e istruttore Fidal…buona lettura.

“La mia 6 Ore di Capo d’Orlando: Correre per 6 ore lungo un percorso di andata e ritorno di un chilometro. Vivere un inizio allegro, dove corri si, più lentamente del solito, ma comunque ad un ritmo che sai fin da subito essere troppo veloce per tenerlo per l’intera durata. Le prime 3 ore scivolano via tra risate, incoraggiamenti , qualche sfottò ed un tramonto mozzafiato . Forse e’proprio questa la linea di demarcazione della gara. Il tramonto! Col sole che affoga nel mare, arriva lei, puntuale , immancabile : LA FATICA. Inizia la lotta con se stessi che solo chi corre le lunghe distanze conosce.

L’umidità prosciuga ogni energia e nonostante i ristori perfetti, il corpo inizia a cedere . Lo capiscono gli spettatori che ad ogni passaggio ti chiedono se va tutto bene, se hai bisogno di qualcosa. Chi corre , ma è lì in veste di spettatore, e’solidale perché sa come ti senti. Chi da “estraneo” a questo mondo, ti guarda , probabilmente non capisce il motivo di ciò che stai facendo, ma lo vedo, rimane affascinato. Dalla determinazione di uomini e donne “normali” (insomma) in lotta con se stessi. Queste gare a tempo sono l’esaltazione della corsa. Se sai che una gara e’di 42.195, la maratona, provi a correrla nel più breve tempo possibile,e così ogni altra gara definita da un chilometraggio. In una 6 ore no! La lotta e’correre il più a lungo possibile, sapendo che ad un certo punto camminerai stremato dalla fatica.

Ho alternato 5’di corsa e 1’di camminata, poi 3 ed 1 di nuovo 5 ed uno. Lo scopo e’fare più chilometri possibili e quando non riesci a correre, beh cammini. L’essenza della corsa, della resilienza,del sostenersi uno con l’altro , incoraggiando si gli amici a non mollare (quando forse molleresti tu), ma anche chi vedi per la prima volta, ma che senti già come fosse tuo fratello , perché la sua sofferenza e’ la tua. Dopo le tre ore un forte dolore al ginocchio mi fa temere il ritiro, troppo acuto e fastidioso. Comincio ad alternare corsa e camminata e capisco che non mi fermerò, almeno fin quando il ginocchio non dovesse proprio cedere, ma, anche in quel caso, sarebbe “lui” a fermarsi ,io forse, continuerei lo stesso. Arrivo alle 5 ore e la fatica sembra svanire, i tratti di corsa  si allungano, corro in scioltezza, sembra un’assurdità, ma è così. Ma forse le lunghe distanze sono veramente la metafora della vita.

Le crisi, la fatica i dolori e le difficoltà arrivano sempre , ma sta a te superarle, se vuoi raggiungere un traguardo devo continuare, devi correre, camminare , strisciare se serve , ma mai fermarti, mai tornare indietro. E qui io mi sento allenatissimo , un campione del lottare. Nessuno ti regala niente e sei solo con te stesso nonostante ci sia chi ti incoraggia chi ti e’vicino chi ti ama. Le gambe sono tue, i tuoi muscoli devono contrarsi per portarti avanti, metro dopo metro fino alla fine, nella corsa e nella vita. Sabato intorno alle 23.30 , orario del tutto insolito per la corsa, correvo a testa bassa, con il rumore dell’infrangersi delle onde del mare, il buio della notte, una pioggerellina impercettibile, e nella fatica , sentivo di sorridere, perché stavo bene, avevo fatto oltre 50km di corsa, superato i dolori e stavo bene.

Quel senso di soddisfazione che ti fa dire, caz…ce l’ho fatta, quella gioia di vincere con te stesso. L’ultimo quarto d’ora mi e’sembrato di correre in un silenzio assordante, le voci di incoraggiamento mi sembravano immagini mute, bocche in movimento senza suono. Io ero lì a godermi la mia impresa.

Gli ultimi 3 minuti , una corsa a perdifiato per fare più metri possibili, come se fino a quel momento non avessi corso, i muscoli, il corpo , si erano arresi alla mia determinazione alla mia voglia. La sirena che decreta la fine , mi fa buttare un urlo e alzare gli occhi al cielo. Sono felice , ho battuto me stesso il mio limite si e’spostato in avanti e già ha paura del prossimo attacco. La corsa e’vita , è la felicità di arrivare al traguardo e’ la gioia di sentirti padrone di te stesso. 6 ore di Capo d’Orlando GRAZIE.

Sono un ultramaratoneta migliore Sono un uomo migliore” (PP).